Oggi e' il terzo giorno della terza decade del mese di Alturiak - L'artiglio dell'inverno
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Fallimento

Lentamente le membra si distendono nel tepore dell'acqua. Nel silenzio della sala termale immagini e parole si fanno strada in me. Come se la memoria lentamente recuperasse dei brandelli andati perduti ed integrati da ciò che ho appreso nei pochi giorni da cui sono tornato all'Enclave.
Siamo stati abbattuti, questo lo sento, eppure siamo riusciti a tornare. Ricordo vaghe le parole del vecchio mago mentre ci lasciava senza troppe spiegazioni:

"Tornate alle vostre dimore, io qui ho ancora qualcosa da fare."

Poche furono le parole che ci scambiammo durante il viaggio di ritorno, forse perchè ognuno di noi sapeva tutto ciò che anche gli altri avevano vissuto. Avevamo affrontato insieme la prova. Qualcosa di potente e devastante. Eravamo avanzati sin nelle profondità della terra, vicini alle fiamme degli Inferi. Nonostante i tanti sforzi non avevamo abbattutto il luogotenete di Asmodeus, Palmiron un diavolo della fossa. La sua progenie ci aveva sconfitti. Il fuoco dei loro artigli che dilaniava le mie carni è ancora ben presente nella mia mente. Eppure tante cose si perdono nelle nebbie di quei momenti di vuoto...

 

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Di certo quello che resta è la certezza del lavoro svolto dagli altri che erano con me. Ognuno di loro ha dato il meglio e devo riconsocere che nessuno ha messo in pericolo gli altri con azioni sconsiderate. L'unica nota stonata in quei momenti è stata la rivelazione del fallimento dell'altro gruppo, ma con ciò ottenemmo la risposta al presagio ricevuto:

"Qualcuno vi tradirà."

Quali sono state le parole di quel vile diavolo Paeliryon? sì, ricordo:

"Un'elfa di nome Elora, ha incautamente parlato dei vostri piani ad un agente di Lord Asmodeus, ora tutti sanno della vostra venuta"

Ogni cosa si compiva in quei momenti, tuttavia proseguimmo. Ed il risultato è ora sotto i nostri occhi. Tuttavia sembra che in qualche modo la Trama sia di nuovo efficente. Forse il fatto che Elmister ci ha riportati indietro è il segno che altri sono riusciti dove noi abbiamo fallito.

Fallimento, già!
Pochi sanno riconoscerlo ed ammetterlo. Molti credono che le buone motivazioni siano sufficenti a giustificare le proprie azioni. Non è così. Sono i fatti che contano, quello che le azioni lasciano è il vero peccato. Ma la superbia è un vizio che ammorba molti. Soprattutto coloro che si ritengono ifallibili.
Io ho fallito e sò di averlo fatto e non mi nasconderò mai dietro false illusioni. Non mi ripeterò mai all'infinito mille scuse sino a farle divenire vere nella mia mente. Poichè la verità delle cose resta.
Ho agito come ho ritenuto corretto, abbiamo messo in ballo tutto, condividendo in maniera completa quello che sapevamo con gli altri, ma a quanto sembra per molti ciò non conta. Possano crogiolarsi nella loro superbia. Ho visto chi ha agito con onore e senso del dovere, tanto mi basta. Attraverso questi fatti mi regolerò per il futuro. Ora resta solo di comprendere quanto del risultato sperato ha portato ciò che è avvenuto...

***

- Né hai alcun rimorso
per queste orrende malefatte?

- Sì, di non averne fatte mille in più.
E maledico il giorno (anche se penso
sian pochi i giorni che ho da maledire)
in cui non ho commesso alcun misfatto
degno di fama: assassinare un uomo,
o progettarne altrimenti la morte,
o violentare una fanciulla vergine,
o escogitare il modo di arrivarci,
o accusare qualcuno ch’è innocente
e giurare di non averlo fatto;
o fomentar mortale inimicizia
fra due persone state sempre amiche;
o far rompere il collo all’animale
appartenente a qualche poveraccio;
o appiccare di nottetempo il fuoco
ai fienili e granai, e ai proprietari
dire di spegnerli col loro pianto.
Ho tratto fuori i morti dalle tombe
per andare a piazzarli, dritti in piedi,
alle porte dei loro famigliari,
che avevan quasi scordato il dolore,
e col pugnale, sulla loro pelle,
ho inciso, come su corteccia d’albero,
a lettere romane: “Non sia morto
in voi il dolore, anche s’io son morto”.
Ma son migliaia gli orrendi misfatti
perpetrati con la disinvoltura
di chi uccide una mosca;
e, in verità, niente m’affligge il cuore
più del pensiero d’essere impotente
a commetterne ancora diecimila.

[cit. dal Tito Andronico di Shakespeare.]

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